La Minchia Nel Ventilatore

Se non ti basta un cesso per contenere la tua merda, apri un blog

SOTTOCULTURE

Tutto sommato ci era andata bene. Avevamo preso una casa in affitto per quindici giorni, dove potevamo dedicarci a tutti i peccati che ci venivano in mente. Ovviamente nessuno di noi aveva ancora ravanato nel profondo sottobosco culturale dell’età vittoriana o del gotico ed il massimo del dark a cui andavamo incontro era «Black Celebration».

Poi siamo passati a «Love’s Burial Ground».

Certe influenze ti pigliano e ti suggestionano abbastanza da elevare Liz Vicious come il non plus ultra della pippa coi piercings ed i pentacoli. Erano quelli, i tempi in cui cominciavamo a scoprire le sottoculture. C’è chi ha iniziato con Anne Rice. Noi abbiamo iniziato col Anton La Vey. E con Liz Vicious.

Abbiamo continuato con SchokoMaus e, prima ancora, con Sandra Bullock vestita da nazista. Ma è durata poco, perché poi è tornata ad essere quella che s’è fatta sbattere da Keanu Reeves in Speed e che non è mai riuscita ad elevarsi dalla sua aurea mediocritas, almeno fino a quando non s’è divertita col suo fidanzato a quel modo.

Poi è ritornata nel nulla. Non ha ricevuto la consacrazione web che tanto sospirava. Non ha mai messo il filmato di quella notte su YouPorn. Non è mica come Belen Rodriguez, che ci teneva a farsi vedere impalata in pubblico. Certo, i risultati non sono stati tutto ‘sto granché, ma poco importa: almeno la Rodriguez se la ricorderanno per degli schizzi di sborra veri sulle sue tette e non solo per la farfallina vicino all’inguine esibita a Sanremo. Solo qualche bacchettone represso può ancora pensare che la cosa abbia importanza.

Laura Boldrini, per esempio.

Beviamo il nostro carico di romanella, quella che rubi alle fraschette quando la situazione è troppo calda per farti accorgere del furto. Tanto di romanella ne scorre sempre a fiumi e fa schifo al cazzo. Ci era servita solo per ubriacarsi, giocare a «merda» con le carte piacentine, svegliare i vicini per il troppo urlare e sbattere («Oh, questi so’ quelli de sotto… pensate quelli de fianco!». Tutto vero.) e sostituire temporaneamente l’immagine di Liz Vicious nella tua testa con quella della tua dirimpettaia, che hai beccato in spiaggia a spompinare uno dei suoi amici e colleghi di stanza. Poi abbiamo aperto internet e ce lo siamo smanettato con le foto della Boldrini nuda. Con un po’ di immaginazione, la striscia nera può essere vista come un paio d’occhiali creati da Lapo Elkann apposta per lei.

Le nuove frontiere della moda.

Pioveva. Avevamo deciso di invitare i nostri dirimpettai ad una bevuta collettiva in casa nostra. Bevuta, perché non potevamo certo strillare da un balcone che avevamo una palla di fumo, abbastanza grande da far portare a casa la giornata a qualche guardia, con un mega-arresto di quelli che Tua Madre È Leggenda condividerebbe su Facebook, per il ludibrio dei tastieromani. C’era chi di noi sperava nell’orgia finale, di quelle che ti lasciano con le palle secche e le pareti così appiccicose che puoi camminarci sopra sfidando la forza di gravità.

Ma s’erano portate appresso i loro scudi vaginali, vale a dire i fidanzati.

Fatto sta che ci siamo messi a giocare a merda tutti insieme, alle undici di sera, con la tizia di sotto che ha bussato con la figlia in braccio che piangeva.

– Adesso questa la fate riaddormentare voi! –

E s’è unita pure la madre a giocare assieme a noi, mentre la bimba è svenuta a causa della cappa d’hashish che si era creata. Non ha più pianto per due giorni, mi è stato detto.

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METODI PER UN PERIODO DI NO-FAP

Scolopendra gigante peruviano.

Regno artropode. Sottoregno miriapodi, classe chilopodi, ordine scolopendromorfi. Lungo fino a 30 centimentri, mangia qualsiasi preda riesce a trovare che sia grande al massimo quanto lui o poco più. Riesce perfino ad arrampicarsi sulle tane dei pipistrelli, combattere contro di loro a testa in giù senza attaccare tutte le zampe al soffitto, attorcigliarsi a loro, trascinarlo via dalla tana, arpionarlo con le zampe, morderlo per iniettargli il veleno e strappargli la carne boccone dopo boccone, con le forti mascelle a tenaglia.

Trenta centimetri. Il cazzo di John Holmes.

Provo ad immaginare ‘sto coso camminare su un cazzo, quando cerco di imporre a me stesso un periodo di tempo lontano dalla masturbazione. L’unico problema è che mi fa anche un po’ specie quando devo tirar fuori il mio coso, solo per pisciare. Per il resto però, funziona.

Intendiamoci, non ho un cazzo lungo 30 centimetri. Ci tengo alla mia umanità.

Sono in sala d’attesa, devo fare una ricetta medica, oggi la segretaria è malata e mi tocca aspettare la firma del dottore. M’è venuta la candida, tra l’altro. Sul pisello. E senza bisogno di pensare ad uno scolopendra gigante che mi cammina sui coglioni e che potrebbe strapparmi i testicoli a morsi, se faccio un movimento troppo brusco.

Ricordo ancora la faccia della dermatologa quando ha visto i puntini rosei oleosi coprirmi la cappella. La varicella l’ho passata da piccolo, quindi la escludo. Ricordo ancora la mia, di faccia, quando mi stava venendo un’erezione. Di viso non era bellissima, ma le tette erano piuttosto notevoli.

«Scolopendra» pensai.

Il corpo rossiccio di uno scolopendra gigante peruviano uscì fuori dal mio ombelico. Lentamente, facendosi strada con le zampe spesse e giallastre, simili a denti di uno squalo zombie. Puntò dritto al mio pisello, pronto a staccarmelo con una sola sforbiciata del forcipe robusto che si trovava sul segmento della sua testa.

Urlai.

«Oh, che ti prende?» mi disse la dermatologa, che intanto aveva preso in mano il mio affare con le mani guantate. Moscio e morto come una sardina pescata da due ore. Lo scolopendra, intanto, era sparito.

Aprì la cappella e la esaminò. C’erano più puntini lì che su un astrolabio. Il leggero moto di disgusto della sua bocca non mi sfuggì.

Comunque, ora sono dal medico perché il micostatico è finito e devo farmene prescrivere un’altra dose.

C’è di buono che là sotto non mi prude più. Si vede che i funghi non si stanno più riproducendo ed il mio sistema immunitario li sta rimuovendo lentamente. Così almeno pare.

Posso tornare a farmi le seghe, quindi… Scolopendra!

Sento una fitta lì sotto. Poi il sentore di pelle che si strappa. Gocce di sangue colano fuori dagli shorts, lungo l’interno coscia. Da un orlo di questi vedo uscire prima il mio pisello, poi di nuovo quel grosso scolopendra rossiccio tenerlo per le palle, sanguinante, con brandelli di pelle squarciata penzolare dalla base.

Sbianco ed urlo.

I vecchietti ipocondriaci presenti in sala mi guardano con occhi sgranati.

Il pavimento è pulito. I pantaloni e l’interno-coscia pure. Metto una mano lì. È tutto a posto.

Mi scuso, con la stessa cadenza di uno che ha appena sfasciato un vaso Ming originale urtandolo con il manico della scopa.

Ormai sono marchiato. Sono il matto, lo schizoide, lo psicotico. La tizia seduta di fronte a me stringe in braccio il figlioletto casinaro e prima di allora inarrestabile, che soffoca come se stesse subendo una presa di sottomissione da wrestilng; la vecchia vicino a me s’è azzittita, ma fino a quel momento non aveva fatto altro che lamentarsi di avere mal di testa sette giorni su sette e stava evidentemente cercando di provocare la stessa sofferenza anche a chi gli stava vicino; le altre vecchie tentavano di coprire le sue lamentele chiacchierando di nomi letti sui necrologi o leggendo copie mezze strappate di Famiglia Cristiana o Grazia. Hanno fatto finta di niente, malgrado un silenzio gelido di una ventina di secondi.

Il piccolo, mollato dalla madre, sta respirando a pieni polmoni, accasciato a terra e reggendosi la gola con la mano.

Dopo il quinto paziente, il mio pomeriggio è già bello che perduto.

È rimasta solo la madre con il bambino, che ha ricominciato a rompere i coglioni, anche a causa del troppo tempo passato lì dentro. Voleva giocare coi suoi Gormiti, ma si lamenta che sono rimasti tutti a casa sua, a fare riti orgiastici con le Barbie della sorella, mentre Ken non poteva neanche farsi una pippa a riguardo. E non gli è servito neanche lo scolopendra. Anzi, probabilmente, se fosse fatto di carne, se lo sarebbe pure mangiato, a Ken.

Mi sono ritrovato ad essere alto una trentina di centimetri, nudo e col coso di fuori, inseguito dall’animale che ondeggiava la testa schioccando le grosse mascelle a forbice.

Urlo di nuovo. La madre ed il bambino si fiondano dentro dal medico.

Un’ora e mezza dopo, escono. Mi vedono, sono ancora calmo. La madre corre fino al portone trascinandosi il bambino e guardandomi terrorizzata, lo fa uscire e poi richiude di scatto il portone dietro di sé.

Entro dentro, vado per farmi firmare ‘sta cazzo di ricetta. Il dottore mi guarda con aria rassegnata e stanca. Mi prescrive i farmaci, lo ringrazio, faccio per girarmi ed andarmene, quando vedo uno strano quadro appeso vicino alla porta. Quando parlavo con il dottore non potevo vederlo.

«Oddio!» urlai.

«Ah, quello?» disse il dottore. «È uno scolopendra gigante peruviano. L’ho catturato durante un viaggio in Sudamerica. Vivo fa molta più impressione, mi creda. Quell’esemplare è di oltre venticinque centimetri. Morto, per fortuna.»

La creatura era adagiata in tutta la sua lunghezza dentro una teca di vetro a muro. Rigida, immobile, senza vita. Ma lo stesso terrificante.

Qualcosa mi cade dall’orlo degli shorts, facendo un secco rumore di un sassolino che cade a terra.

È lo scolopendra. Ma non ha niente tra le mascelle. Il suo corpo lungo, rossiccio e segmentato è grossolanamente attorcigliato intorno al vuoto. Le zampe non si muovono. Le antenne nemmeno. È immobile. Morto.

Astinenza finita. Da domani, si torna su Xvideos.

DRUNK MEN WALKING

Eravamo appena usciti dal pub e ce ne siamo andati fuori da San Lorenzo. Eravamo mezzi ubriachi, avevamo bevuto birra annacquata chiara, doppio malto. In altre situazioni l’avrei considerato un delitto, una tortura da Guantanamo, una prova di coraggio che si fa a Rebibbia, tra i carcerati. Ma eravamo in quel periodo in cui ci si accontenta di tutto. Insomma, c’avevamo pochi soldi in tasca.

Avevamo passeggiato nei pressi del Verano e volevamo andare a pisciare in faccia ai cancelli del cimitero. Ma c’erano le guardie che giocavano a scopone con gli zingari parcheggiatori abusivi, quindi ce ne siamo andati. Gli zingari non vogliono si pisci in luoghi privati.

Allora abbiamo vagato nella notte romana, mandando a cagare tutte le macchine che passavano di corsa sulla Tiburtina, alzando le corna al cielo, rifilandogli diti medi nella speranza che qualche cocainomane con troppi cavalli nel motore si fermasse per ravvivare la serata con una spranga nascosta nel bagagliaio. So’ ragazzi, che ce volete fa.

Erano tipo le due di notte, in giro non c’era quasi nessuno a parte guardie, cocainomani automuniti e parcheggiatori abusivi. C’avevamo facce sceme, distorte, gli occhi vacui con le pupille ultra-dilatate, le bocche piegate in sorrisi strani, forse ci erano cresciuti i denti. Eravamo gli uomini che ridono, il riflesso di tutte le risate che ci facevamo piovere addosso. Passavamo davanti ai cartelloni ed ai manifesti elettorali, ci ridevamo sopra, ci pisciavamo sopra, tanto so’ tutti ladri. Li strappavamo, li mangiavamo e ridevamo di tutto questo. Riflettevamo le loro facce allisciate con Photoshop, i sorrisi da segaiolo, le loro pose di trequarti anteriore. Nessuno di noi però aveva la testa rasata. Tutti i capelli c’avevamo. Io c’avevo i capelli lunghi, era il tempo che facevo concerti metal, che vestivo con la regolare uniforme d’ordinanza nera, la maglietta dei Dissection comprata da un negozio di roba metal che dava su una fermata della Metro B, manco mi ricordo più come si chiamava, per quanto è durato poco; i combat grigi comprati a Via Sannio, dove i venditori potevano tranquillamente strillare che quelle ciabatte erano appena state rubate a Milano; il bracciale con gli spuntoni che avevo preso dallo Zoppo. Bisogna diversificare l’offerta, ci dicevamo… che cazzo, mica poi comprà tutto dallo Zoppo.

Camminando ancora, eravamo arrivati a Trastevere, abbiamo pisciato nel fiume, tutti messi in fila col pisello in mezzo alla ringhiera. Eravamo pure un po’ barzotti perché avevamo visto una puttana che aspettava con le tette di fuori, quindi il getto d’urina è andato più lontano, ma tanto scompariva a metà altezza, inghiottito dal buio. Solo le pantegane li sotto potevano godersi la vista. Ma tanto non gliene fregava niente: se non si può rosicchiare, non vale la pena starci a perdere tempo.

Ricominciamo a ridere come coglioni, sarà tipo la quarta volta che pisciamo, le cinque pinte di birra che c’eravamo presi le stavamo smaltendo tutte. Dovevamo tornare a Piazzale Ostiense: c’avevamo il notturno da prendere, pieno di gente con la sbronza presa a male, che non la puoi guardà ‘n attimo che te vole corcà de botte, ma una volta salita sull’autobus si addormenta e non c’ha più voglia di rompere i coglioni. Lo sanno bene che stanno tornando a casa, non c’ha senso prendersi a cazzotti quando si è così vicini alla via del ritorno.

Noi pure eravamo sulla via del ritorno. Avevamo smesso di ridere. E dovevamo cagare che quei manifesti elettorali ci avevano costipato.

 

KNIFE PARTY

DISCLAIMER: Per chi non lo avesse ancora capito, i fatti qui descritti sono puramente inventati. Non si sa mai.

Ho ricevuto l’invito a casa da parte di uno impaccato di soldi, che sta alla facoltà di Economia. O meglio, mi è stato dato il consenso dalla sua fidanzata, Milvia. Un nome che mi aspetto di sentire spesso tra le commesse di Sephora oppure da qualche bagnante ai Cancelli di Ostia. In effetti, la tizia che mi ha presentato l’invito non dico era da considerarsi una commessa di Sephora, ma sicuramente era una frequentatrice abituale. Smalti fluorescenti che sembrava aver intinto le dita dentro ciotole di evidenziatori sciolti, capelli neri più lucenti di un corvo finito per sbaglio sotto un irrigatore attivo. «E questa mo’ che cazzo vuole?» è stato il primo pensiero.

Mi ha dato ‘sto volantino per la festa, tutto colorato, sfondo nero, angoli fucsia con le scritte e splash centrale con scritto «Economia, festa di fine sessione», col carattere identico a quello della collana “For Dummies”.

Non è solo lei, a cui chiedo che cazzo voglia. È a tutti che chiedo che cazzo volete. Che cazzo vi avvicinate a fare. Ho un coltello, non lo sapete, ma ho un coltello. A serramanico, sempre in tasca. No, non vi voglio vedere, è per questo che non esco mai di casa. Non so cosa succeda tra le mura della facoltà, non so quali sono le ultime mode, me ne sono sempre sbattuto di tutte le minchiate tirate fuori dai collettivi universitari, non ho mai visto quelli di Lotta Comunista e non ho mai partecipato alle elezioni universitarie. Tra l’altro, il corriere dell’Università mi fa cagare.

Quando mi sono visto poggiare in mano quel coso, l’altra mano era corsa subito al coltello. Mi dà sicurezza rigirarmelo in mano, sentire il manico a contatto con il palmo ed il pollice pronto sulla sicura per farlo scattare fuori. Quando si avvicina qualcuno, metto sempre la mano in tasca. Non importa chi sia, mi viene spontaneo. Uomo o animale che sia, sento il disperato bisogno di accoltellarlo. Lì, in strada, davanti a tutti. Magari mi arrestano, mi sbattono in carcere, verrò violentato da omoni pelati con le braccia tatuate. Ma almeno, ti ho ucciso. Forse mi daranno pure l’infermità mentale.

Ma ‘sti cazzi.

Mi è capitato di accoltellare qualcuno, di sera. A Ostia. Vicino alla spiaggetta. Poi sono sempre scappato via, ma non sono mai riuscito ad uccidere qualcuno. Forse neanche volevo farlo. Ho studiato anatomia, so dove colpire per ferire, ma non uccidere. Poi qualche incidente ogni tanto può succedere, ma fino ad ora, quelle poche persone che ho preso a coltellate non sono mai morte.

Oh, come sono figo.

Lei mi ha dato il volantino, ha sollevato gli occhiali scuri con le grosse lenti a occhio di mosca e mi ha guardato. Era meglio che se li teneva abbassati, che tutto quell’alluminio attorno agli occhi mi faceva riflesso col sole; mi ha detto «ti aspettiamo», mi ha sorriso e se n’è andata. Cazzo, proprio nell’istante in cui avevo deciso di piantarle il coltello al centro della trachea, Sì, lei la volevo ammazzare. Non lo so perché.

In quel momento stavano passando due studentesse acchittate, che uscivano dalla porta principale della facoltà col sorriso sulle labbra. Avevano appena passato un’esame. Il professore era maschio. Il suo nome era Mario Prodi.

Passano vicine, realizzo troppo tardi che potrei prendere loro a coltellate. Vabbè, è troppo tardi. Me ne vado a casa. La festa è domani.

Quando finalmente la sera arriva, entro con l’invito, il gorilla mi lascia entrare. C’è gente. Troppa. Perché sono venuto qui? penso. Forse sono venuto perché voglio accoltellare qualcuno. Voglio accoltellare il padrone di casa, quello impaccato di soldi che studia Economia. Lo chiamano «Er Gentile». Perché Gentile? Perché fa queste feste? Non s’è inventato un cazzo, questa è roba che vedo in qualsiasi cazzo di film americano che parla di universitari, quegli slashers tipo The Pool o Scream dove poi schiattano in tanti, fino a quando la fighetta scialba protagonista non ammazza quello che, oltre al cazzo, voleva infilargli una lama nello stomaco.

Harper’s Island. Uno alla volta, schiattano tutti. Meglio, mi stavano sul cazzo. E il coltello che aveva John Wakefield è qualcosa che ho ammirato, rispettato e temuto. Perché oltre che di sangue era intriso di propositi di vendetta, come quando avveleni la lama per mandare in setticemia il sangue della vittima.

Una cosa che noto sono dei tavolini di plastica con degli strani vassoi coperti da un telo nero. Ci sono altri gorilla nei paraggi, che fermano la gente non appena ci si avvicina. Che ci avete messo dentro, diamanti Koh-I-Noor? Piccole cristallerie di Swarovski? No, ditemelo, perché se poi sono pure costretto a comprare quelle stronzate dopo essere giunto qui, ad una festa di merda dove fino a quel momento mi sono stati sugli zebedei praticamente tutti, allora veramente tiro fuori il coltello e sbudello uno dei gorilla.

La gente balla, non si accorge di me e non sembra tanto interessata. Mi passa davanti una tizia che mi guarda, mi fa uno sguardo indecifrabile e poi mi passa dietro. Io non capisco se voleva promettermi un’ora di sesso o semplicemente mandarmi a cagare non ritenendomi degno.

Camminando per le stanze, giungo in una specie di cucina. C’è gente che balla, che chiacchiera e che giocherella con i magneti del frigorifero. Ogni tanto lo apre, prende una cassa di birra rinfrescata e ce ne mette un’altra. Smetto di guardare quella scena, perché non mi va di prendere a coltellate senza un minimo di motivo apparente. I denti tremano, io li stringo tutti insieme, sento stridere i molari, smalto contro smalto.

Oddio sì. Vorrei squarciargli il ventre senza motivo apparente. E ‘sti cazzi delle parti potenzialmente non mortali.

Esco fuori dalla cucina. Arriva ‘sto tizio e tutta la folla di gira. Elegante, capelli biondi ossigenati ravviati a onda, come se a casa sua ci fosse arrivato a nuoto dalle fogne. D’un tratto si stanno tutti zitti. Sta fermo su una scalinata, sovrastando tutti. C’era qualcosa in lui, come di un Beppe Grillo che stava per arringare una platea in qualche piazza no-tav. Mi viene sussurrato che è il padrone di casa.

Alza le braccia per ottenere attenzione. Oddio, non ditemi che devo subirmi un sermone di questo testa di cazzo. Vuole forse dare un senso alla dicitura «Festa di fine sessione»? Vuole forse farci vedere il suo statino? Io il mio non l’ho portato.

Vaffanculo, t’accoltello.

Mi faccio strada tra la folla, con il coltello a scatto spianato. Mi stai sul cazzo, i tuoi coglioni sono ad altezza faccia. Te li taglio come Lorena Bobbit non ha mai fatto in vita sua, e poi li agito davanti alla folla come un trofeo, su quello stesso gradino su cui tu torreggi, e sul quale poi ti piegherai accasciato mentre morirai dissanguato.

Ma non faccio a tempo a superare la seconda fila di persone che uno dei gorilla mi ferma il braccio, mi guarda truce e scuote lentamente la testa.

«Aspetta che lui dia il via!»

Come sarebbe, dia il via?

Parte una musica in sottofondo, che via via cresce. Un pezzo di country moderno. Uno di quegli artisti strappalacrime che si sentono nelle colonne sonore delle fiction americane alla fine di una puntata drammatica finita bene, ma con qualcuno che comunque ci ha rimesso. Uno buono. Lacrime dei telespettatori.

Il tizio abbassa le braccia con violenza ed urla: «Knife Party!»

Scoppia un boato in sala, vedo gente che fa la ola, manco avessero fatto tre gol alla Spagna. I gorilla si precipitano ai tavolini con i vassoi coperti da teli neri, li scoperchiano rivelando quello che c’è sotto.

Coltelli. Decine di coltelli.

Tutti fanno a gara per accaparrarsene uno. Pareva brutto dire che fanno a coltellate. Il fatto è che subito, tutti quelli che hanno un coltello cominciano a pugnalare senza pietà chiunque gli stia vicino, armato o meno. I gorilla riescono ad allontanarsi. Tutti gioiosi, sorridenti, che fanno vorticare le lame. Vedo gole tagliate, ventri squarciati, gente con le spalle maciullate. Fiotti di sangue che schizzano via e insozzano la moquette. Ma tutti che ridono. Che gioiscono. Io sto in mezzo, col mio coltello a serramanico e la lama spianata.

Ma io voglio il proprietario della casa.

Mi getto su di lui, che mi sta aspettando con un grosso Camillus estratto dalla giacca. Ma subito cado riverso sugli scalini. La schiena mi brucia e la sento colpita. Ad ogni colpo, brucia sempre di più.

La sento trapassare, ma manca l’arrivo del colpo di grazia. Riesco a girarmi e vedo il tizio che prima mi aveva sussurrato all’orecchio cadere con il coltello alzato in aria dopo che una tizia in bikini gli aveva aperto un altro orifizio respiratorio all’altezza del polmone destro. Quello cade, la tizia gli sale sopra a cavalcioni finendolo.

Cazzo, io sto morendo senza aver accoltellato nessuno.

Er Gentile torreggia su di me, con il Camillus spianato, pronto a separarmi i ventricoli del cuore con la lama. Ho poche forze. Ma qualcosa devo fare.

Il suo piede è vicino. Troppo vicino alla mano armata.

Prendo di nuovo il coltello, con un gesto disperato gli pianto la lama sul tendine d’Achille e tiro verso di me, tagliandoglielo. Lui cade. Mi cade addosso urlando. Purtroppo non sono sdraiato su una spianata, ma su dei gradini. E lui mi cade addosso malamente.

E sento le ossa spezzarsi. Gli occhi chiudersi. Un altro coltello che mi trapassa.

Milvia.

Vai a cagare. Il mio ultimo pensiero.

SE FOSSI UN MATURANDO

Era mattina, ma non ci si vedeva. La notte l’avevo passata a ripassare, a ripetere davanti allo specchio la sua tesina di maturità, mettendosi pure una toga addosso per fare scena. Me lo ricordo ancora. Casa di Lorenzo, toga-party, piscina illuminata, liceali vestite tipo Atena di Saint Seiya, ma con meno gonna e più tette di fuori. Ce n’erano certe che si credevano novelle Tersicore ma avevano addosso troppo volume per assomigliarci. Per carità, la trombata l’hanno rimediata lo stesso, ma dopo sono state tutte il tempo sull’orlo della piscina a sentirsi di merda in mille modi differenti.

Me lo ricordo ancora, perché avevo bevuto solo due mojito.

In fondo, il barista che Lorenzo aveva assoldato meritava un po’ di divertimento anche lui. Da quello che avevo saputo proprio per bocca del padrone di casa, lo stronzo selezionava ad occhio le persone a cui rifilare il mojito della vergogna: bibitoni in bicchieri da 35 centilitri in grado di sdraiare un branco di alci intero oppure sciacquature con un po’ di Smirnoff al posto del gin e della vodka, roba che in confronto un bicchiere di Coca-Cola ti eccita fino a farti sembrare un cocainomane. Lo faceva selettivamente, guardava come andava la situazione, come si comportavano in piscina, quanto interagivano e quanto era da coglioni la faccia che facevano mentre interagivano. A seconda dei casi, decideva la «medicina».

Questa era la notte prima degli esami.

Che non c’aveva un cazzo a che vedere con vaccate alla Muccino. Non c’era l’aria del «mo’ domani so’ cazzi», non c’erano quelli che si facevano pippe mentali sul proprio futuro, non c’era gente che doveva per forza uscire dal classico, solo per dare una parvenza di culturame al proprio cinema per quei fessi di sinistra che vanno in sala per farselo diventare duro con le citazioni di Marcuse, Pasolini o di Seneca; quella notte prima degli esami era un toga-party dove chiunque poteva tranquillamente permettersi di mandare a carte quarantotto la propria umanità fino alle quattro di notte. Magari anche solo per provare l’incredibile sensazione di dimenticarsi tutto quello che aveva studiato o spedire in qualche recesso dell’encefalo la bruttezza delle tracce scritte. Che tu stai ancora a pensare al foglio consegnatoti dalla commissione e ti chiedi: «E mo’ chi cazzo è Claudio Magris

Poi? Una traccia su BRICS. Il che mi fa riflettere da dove gli articolisti del Corriere prendano ispirazione per i loro articoli di geopolitica. Se li fanno scrivere dai maturandi. Giovani pubblicisti crescono. Poi, tema generale sulla cooperazione: la prima idea che mi era venuta sulla cooperazione era pensare ad un gruppo di cultisti riuniti davanti ad una statua di Sekhmeth mentre offrivano libagioni ad un gatto nero dalla faccia incazzata; la seconda era una gangbang. Tipo quella che ho visto davanti alla piscina quando ormai anche il sudore puzzava di gin.

Lo vedevo il barista, ridere sotto i denti come uno Shoggoth, tessere la sua ragnatela di follia nei tumbler alti, vedere tutti quei diciannovenni indecisi sul loro futuro crollare in piscina con i sensi andati in vacca e le finte ubriache che si scatenavano, mostrando la troia rimasta a lungo nascosta ed imprigionata in qualche recesso di quelle zone del cervello tenute a maggese. Le stesse che recitavano la parte di Audrey Hepburn sui loro profili Facebook, per fare numero nella grande aia delle duckfaces da vita notturna e che trovano la loro consacrazione definitiva nei video dei prediciottesimi.

Vedevo Milvia e le sue colleghe sdraiate a bordo vasca, ammassi di paillettes, sudore, smalto con bitmap a 24 bit di colore e mascara colato via (ad un toga-party, puttanaeva) che si raccontavano confessioni scottanti, credendo di essere in una puntata di Sex And the City, quando invece sono solo la parte di Traffic in cui la figlia del procuratore (Michael Douglas) si riunisce con i suoi colleghi per spararsi del free base e discutere di sociologia.

Ripensavo alle tracce della maturità, ripensavo che in quella di attualità avrei voluto trovarci, che ne so, un’esegesi sul labiale di Prandelli quando ha tirato il moccolo nella partita con il Giappone, una rivisitazione del periodo storico che va da Pearl Harbour a Nagasaki, solo con gli italiani al posto degli americani. Cioè, lo vedete, gli argomenti non mancano. Che poi non si dica che il calcio è solo roba per fascistelli incazzosi ed illetterati. Voglio dire, pure il mio professore di filosofia tifa di brutto Roma. Finora non ha mai saputo di che squadra io sia. E se proprio lo deve sapere, mi metto la maglietta di Zanetti (Javier. Qualsiasi altro Zanetti in maglia nerazzurra è stato un errore di calcolo) sotto la giacca e la mostro dopo che ho sentito il voto.

Sto davanti alla commissione d’esami, mi chiedono l’argomento della tesina. Io metto come sottofondo i My Dying Bride, così magari svengo mentre becco un momento «scenamuta-mocomecazzomelagiro». C’ho ancora le palpebre impastate, la lingua che sa di vodka, gin e acqua tonica (che il secondo mojito me l’ha fatto senza menta), c’ho voglia di finire subito quest’agonia, questo dover parlare, sentirmi inquisito su un argomento in cui dovrei essere particolarmente ferrato, ma mi fa cagare solo a pensarci; giorni per cercare di capire che ci metto o non ci metto; a buttà fogli e risollevare l’economia di Fabriano per questa minchia di «mappa concettuale»; a fare sacrifici a Sekhmeth mentre il gatto nero mi guardava storto, incazzato; a pensare che sì, c’era una traccia su Claudio Magris. Non ci ho dormito la notte, quando sono tornato a casa. È la sofferenza di quando ho provato ad ascoltare l’ultimo cd dei Muse. La fine di tutto è la fine di un Mein Kampf interiore, la mia lotta con le palpebre impastate e la bocca che se per caso la apro, la commissione muore.

Quindi, apro la bocca.

QUANDO NON C’HAI VOGLIA

Sono andato al pub l’altra sera, ed alcuni miei amici hanno ritenuto necessario presentarmi una loro amica. Non ce la fanno proprio a vedermi single da cinque anni e più ormai.

«Neuro, sei troppo esigente. Con te stesso e con le altre!» mi avevano detto.

No, è che semplicemente non c’avevo voglia di conoscere nessuna. Mi sentivo semplicemente morto dentro, avevo altro a cui pensare piuttosto che regalare parte del mio tempo ad una frequentazione forzata di cui non me ne frega un cazzo. È già la quarta in questi giorni.

Poi l’ho vista. Oh sì, caruccia. Alta, bionda, occhi azzurri, terza di reggiseno, sembra sia stata portata qui da qualche container thailandese per la tratta delle bianche. Mi avevano avvertito che si chiamava Luisa. Come se fosse una specie di minaccia. Devo avere paura di questa Luisa: è una valchiria a cavallo con le teste delle sue vittime appese alla cintura.

«Dai», mi fa la mia amica (che d’ora innanzi chiamerò Tisifone), quella che, evidentemente, ha organizzato tutto. «Digli qualcosa di carino.»

Che cazzo ti devo dire prima di ”buonasera, Neuro, piacere”? Devo cantarti tutta la battaglia di Roncisvalle? Devo suonare Liszt con le scoregge dalle ascelle? Che ne so, mi dicono tutti che alle femmine le devi fa’ ride. Forse alla mia amica sfugge che a me, tutti quei link con immagini photoshoppate di donne in espressioni intense e scritte da Fabio Volo in Monotype Corsivo mi fanno cagare tridacne laminate. La Bestia piaceva alla Bella perché c’aveva una nerchia di 32 centimetri. End of discussion.

No, a quanto pare dovevo per forza fare la mia parte.

«Dai, salutala!»

«Ce ne ho già una, di madre rompicoglioni… e non la vedo da tre anni. Non me ne serve un’altra, grazie.»

Poveraccia. So che Tisifone non è cattiva. È solo che si fa troppi sogni strani. Sogna mondi in cui il governo mondiale è affidato in mano alle assistenti sociali; sogna città gestite come gli asili nido e professoresse di lettere che censurano i doppiaggi di ”Pulp Fiction”, sostituendoli con passi del Decameron. È troppo presa dal suo ruolo di crocerossina per non rendersi conto di che asteroidica rompipalle che è. Maledetta facoltà di Scienze della Formazione. Neanche più della piccionaia di Villa Mirafiori puoi più fidarti. Siamo fottuti.

Ah, ovviamente vota PD.

In pratica, Tisifone non vorrebbe affibbiarmi una ragazza. Ma un’assistente sociale.

Magari, se avesse le sembianze di una Suicide Girl, ci immaginerei pure un sacco di maialate.

Ma sembra un avvocato, questa Luisa. Cioè, è venuta vestita in tailleur. Tipo le consulenti per le risorse umane della Accenture.

«Piacere, Luisa.»

Nulla che preannunci il Ragnarok. Du’ parole messe in croce, mi va benissimo così.

Io nemmeno c’ho voglia di sprecarmi tanto.

«Piacere, Neuro.»

Tisifone ci guarda con occhi più luccicanti della Stella della Morte quando compare in pieno giorno a Raoh, già immaginando un futuro radioso, tipo una gita romantica a Villa Ada, una serata romantica a guardare le stelle, un pomeriggio romantico a leggere romanzi di Fabio Volo ed a guardare ”Titanic” a rotazione, manco fossimo destinati a Novosibirik. Al che ci guarda e se ne esce con la sua battuta.

«Eh, però mo’ non precipitate le cose, eh! Eh! Eh! (e così ad libitum)»

Ma porca troia, ci siamo detti solo CIAO!

Comunque, la serata prosegue.

Io e Luisa non ci diciamo un cazzo. Tisifone ha fatto di tutto per metterci vicini. Io voglio solo godermi la mia rossa doppio malto. Poi, spiccichiamo qualche parola. Tipo, adesso so che gli piacciono gli Infernal Poetry e gli sta sul cazzo Mustaine (”Sembra un Legrottaglie con la Jackson!”). A parte questo, non riesce a tirarmelo.

Non è tanto per Luisa, che è pure ‘na bella ragazza. Quel tailleur che s’è messa addosso, in altre situazioni, mi avrebbe fatto inondare le birre di bava. Gli sta pure bene, è composta, c’ha un bel fisico e non se mette a fa’ la cojona come una che, da Euronics, fa il risucchio con la bocca mentre chiede uno sconto per l’aspirapolvere, promettendo chissà quali paradisi.

I paradisi, io, li voglio vedere davvero.

Lei però non promette niente. Non vuole farlo. Va benissimo così. Anche perché mi sono ammazzato di seghe prima di uscire di casa.

Il problema è che quella sera Tisifone sembrava aver sniffato colla ed era più esaltata ed invadente di un evangelizzatore vegano. Sta tutto il tempo a guardarci: qualcuno dovrebbe dirle che nessuno qui sta girando il seguito di Notting Hill, né un video da caricare su Facebook per mettere una cinquantina di tag e far vedere agli altri quanto ci si meriti il posto in un’agenzia di consulenza matrimoniale.

Qui andava a finire tutto come il Red Wedding, me lo sento¹.

Ho fatto per alzarmi. Tisifone mi guarda in cagnesco.

«AOH! C’AVRÒ PURE IL MINCHIA DI DIRITTO DI PISCIARE, NO?»

Proprio in quel momento, il direttore del pub ha tolto il disco e lo stava cambiando con qualcos’altro.

Io comunque mi allontano. I clienti si girano.

«Guarda, nessuno te dice niente!»

Gli altri miei amici, quelle merde, sono state a ridere tutto il tempo.

Mi sono allontanato e me ne sono andato al cesso.

Vedo Luisa alzarsi dopo qualche minuto e venirmi dietro.

Tisifone e colleghi si fregano le mani. Eh beh, certo. Il pompino in bagno è sempre l’iniziazione.

 Ci vedono tornare al tavolo incazzati neri, dopo un quarto d’ora.

«Perché tu ME LO DEVI DIRE QUANDO STAI PER VENIRE!»

«Ma vaffanculo, brutta zoccola! A momenti me fratturavi i corpi cavernosi a forza di sbatterti il glande sul palato!»

«A momenti ME SOFFOCAVO, mortaccitua!»

Tisifone e gli altri ci guardano allibiti.

Io e Luisa abbiamo continuato a riversarci addosso odio, urlando ad alta voce. Tutti i presenti ci ascoltavano piuttosto interessati: chi immaginandosi la scena in bagno, chi immaginandosi la scopata riparatrice, chi mettendosi un bicchiere vuoto davanti ai pantaloni, coprirsi con un giubbotto e tirarsi un raspone. Che la macchina l’ha parcheggiata lontana ed il cesso è occupato da due ore da una tizia bulimica che sta rimettendo tre ciotole di tacos.

I maschi della combriccola ci fanno cenno di smettere, ma noi continuiamo.

«A te la fregna te puzza come ‘na carcassa!»

«C’hai il cazzo che pare te l’abbiano intinto nel catrame! E non è un complimento, non sei manco negro!»

Tisifone tentò prima di calmarci, poi è andata in tilt ed è svenuta, portata fuori dagli amici.

Noi restiamo dentro fino a quando non ci cacciano. Continuiamo la sfuriata di fuori fino a quando non vediamo Tisifone & Co. allontanarsi oltre i muretti, con l’espressione di chi s’è salvato per miracolo da una carica di rinoceronti.

«Ci sono cascati.»

«Già.»

«Di la verità» le ho chiesto. «Te me lo avresti fatto per davvero un pompino?»

«Ho le afte alla gola.»

«Capisco. Beh, a modo suo è stato divertente.»

«Sì, ma preferisco ridere a casa.»

«Ok, buon divertimento. Io me ne vado che me so’ rotto ‘r cazzo. Addio!»

Tisifone non mi ha più chiamato ad un’uscita con i suoi/miei/boh amici e non ha più tentato di presentarmi altre donne.

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¹Anche se non ho visto GoT e non ho letto una cippa di George R. R. Martin, ci tenevo a vedere ‘sta scena che doveva essere una specie di catarsi nerd. Invece scappa solo qualche coltellata.

RIENTRO A CASA

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Il treno era lì che attendeva, io mi ero messo ad aspettare su una delle panchine di fronte alle biglietterie automatiche, facendo sudoku di livello difficile, sperando di poter aumentare la mia autostima risolvendone uno. Invece quello che ottenevo era che mi incazzavo soltando di più.

Che cosa aspettavo manco lo sapevo più. Il treno faceva quaranta minuti di ritardo ed io ero troppo stanco per poter dare un fine artistico all’insulto verso Trenitalia, la mia attività preferita della mattina quando facevo il pendolare, un po’ meno quando sapevo di essere in ritardo e mi sentivo con la coscienza sporca a prendermela con loro. Però poi lo facevo, giusto per essere solidale con chi invece era stato puntuale e doveva presentarsi al lavoro da un capo a cui piaceva particolarmente la sodomia attiva.
Mi torna in mente il film “Terrible Bosses”, di cui non cito la traduzione italiana del titolo perché fa più cagare di una puntata dei Soliti Idioti (mi sono quasi reso conto di preferirgli le umane flatulenze vanziniane): c’era Kevin Spacey che era un dirigente pezzo di merda, roba di cui Steve Jobs sarebbe stato fiero; c’era Jennifer Aniston mora, che era una specie di bestia nerchiofaga sexy, impegnata a ricattare il suo assistente con le foto di lui ubriaco, da lei violentato ma dalla faccia sorridente ed appagata (“ma eri veramente ubriaco?”, mi verrebbe da chiedergli); c’era Colin Farrel che faceva il capufficio cocainomane spudoratamente intenzionato a trasformare l’azienda nel suo portafogli per il paradiso della coca personale. Onesto e perfetto.
Se ci fosse stato pure Palmer Eldritch, sarebbe stato il film capolavoro dell’anno. Invece è, sostanzialmente, una cagata mancata di un soffio.
La panchina era diventata improvvisamente scomoda, dev’essere per quel tipo che si è appena seduto accanto a me che puzza di Tennent’s annacquata. Lo lascio solo, vorrebbe coinvolgermi nel giudizio di una pubblicità idiota (“Ancora gira Simona Ventura col culo stampato sul cofano di una Citroen?”), ma gli ho lasciato il beneficio del dubbio ed un volantino che mi hanno dato all’entrata di Pietralata: “Enlarge Your Penis”.
Si vede che i filtri antispam sono diventati così sofisticati che hanno deciso di tornare ai vecchi metodi. Che poi te senti in colpa se non prendi il volantino dalle mani di un diciannovenne fuorisede universitario, costretto ad una dura vita di stenti e affitti esorbitanti, manco abitasse al Rockfeller Center. Invece stai a Nuovo Salario, rendite conto.
Sono sceso giù al piano inferiore, ho mangiato una cosa fritta da Spizzico, sono entrato in libreria. Altri venti minuti e chiudeva. Mi bastava per farmi un giro, andare in free-roaming per i reparti, farmi venire qualche conflitto di coscienza davanti a un titolo che vorrei comprare ma c’ho paura che sia ‘na mmerda. Sono passato davanti al reparto vietato ai minori di 18 anni, quello dove sfogli i fumetti hard e li riposi in atteggiamento colpevole quando vedi una ragazza passarti vicino. “Mah, tanto c’hanno sempre le stesse cose”, pensi.
In effetti, è da tempo immemore che ci sono sempre gli stessi volumi di Manara. Che, diciamolo, hanno veramente smerigliato lo scroto. Dovrebbero eccitarmi, ma non è più l’effetto che mi fanno. Li vedo e penso: “Checcristo, ancora co’ Manara!”. Come se fosse il non plus ultra che ogni segaiolo deve tenere nascosto nella pila di Zagor e di Settimane Enigmistiche che tiene nel cesso. Manara, con la sua spocchiosa mitopoiesi erotica che ti fa rimpiangere il video hard di Belen e i fake di Britney Spears; un altro di quelli che deve per forza sentirsi in obbligo di inserire una scopata in un contesto artistico coerente, a ricordarci che il sesso è anche amore, conoscenza di sé e simili boiate alla Pedro Almodovar.
Poi, uno scaffale più a sinistra, c’è Valentina.
Valentina, cazzo. Quella fotografa ossessionata da sé stessa, una cantinella ambulante sotto LSD, chiara evidenza di come Crepax sia stato favorevole all’anoressia ed alle tette piccole; un’altra grande prova di contesto artistico, coerente quanto una stagione di Lost.
Me ne vado dalla libreria, che sennò mi viene il mal di testa e vengo sulla copertina di “Manga XXX”, che so’ tipo quattro giorni che mi tengo tutto dentro: è un po’ di tempo che c’ho poca fantasia.
– Sono le 22, la libreria chiude… te che cazzo stai a fa ancora attaccato a Manara? –
Pensavo che, in effetti, la libreria potesse stimolarmi in tal senso: solo che stavolta il reparto pedagogia era vuoto e non c’erano le solite psicologhe dell’infanzia venticinquenni che sognano da anni un torbido menage a trois con Rousseau e la Montessori.
E al reparto esoterismo c’era una specie di prugna secca bionda, coi capelli ricci e addobbata tipo insegnante di yoga. Lei mi guarda, io la guardo, due sguardi rapaci, affamati e disillusi che si incrociano. Poi è fuggita, appena ho simulato un rapporto orale con la copertina di un libro di Sai Baba, canticchiando “Revolution 9”.
Lo vedi che dei Beatles più sperimentali non gliene frega un cazzo a nessuno?
Esco dalla libreria, vado in treno, che finalmente parte.

BELLA ‘STA DOMENICA

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Torno a casa da lavoro, che c’ho sonno, ho mangiato Tuc per pranzo e c’ho ancora i buoni-pasto dentro la giacchetta che se stanno a ammuffì. M’è rimasta la platessa avanzata nel microonde, ma c’ho le convulsioni allo stomaco e non riesco a mandare giù niente. Mi viene da vomitare, ma pensi che lo stipendio arriva solo dopodomani e a casa non m’è rimasto più un cazzo perché credevo di poter fare il survivalista della minchia dentro le mura di casa.

In realtà la tua è una sottile tattica per nascondersi dai Testimoni di Geova vaganti nei luoghi pubblici, che dopo l’ultima avventura sul pullman non do più tanta fiducia a un tizio che attacca bottone col bollettino meteo: abbassa un attimo la guardia e ti sbandiereranno davanti una copia di un santino o di uno “Svegliatevi!”, che sembra una pergamena per evocare i morti.
Mangio la platessa a sforzo, la proiezione spirituale di Joe Bastianich mi guarda torvamente, vorrebbe fracassarmi il piatto in testa.
– Aò, non posso mica spende quindici euro al giorno pe’ mangiamme ‘n piatto de pasta! –
– Sì, ma manco te puoi magnà un pesce che so’ quindici giorni che tieni dentro il forno! –
Vabbè, ma queste so’ minchiate.
Guardo il divano con desiderio, ed anche la gatta mi osserva fremente di vedermi seduto sul divano, che c’ha bisogno di affilarsi le unghie sulla carne delle mie cosce. “Eh, ma tanto c’hai i jeans, che te fanno du’ graffietti in amicizia?”
A Raidue mi comunicano la notizia che Califano è morto. No, cazzo, è uno scherzo. Ma Pasqua è passata e lui col cazzo che risorge. Quindi è vero, ha stirato per sempre. Ed io non ho fatto a tempo ad apprezzarlo appieno. È per questo che un po’ me rode il culo.
Arriva una telefonata, è quella parte della mia coscienza con l’Unità sottobraccio, quella che nessuno (nemmeno io) sa di possedere, ma che ogni tanto esce fuori e ti fa ragionare come un piddino che s’è appena fatto un freebase d’eroina.
Ma con tutti i morti che ci sono nel mondo, tu pensi a Franco Califano?”
Oh, coscienza, quanto sei sottilmente intelligente, quanto sei fuori dalla mediocrità italiota e quanto sei sensibile ed in-touch con il mondo. Già che ci sto, ti do l’immagine di Michele Serra, così mi ricordo di disprezzarti meglio.
Lo sai cosa penso?
Che a te, di tutti i pezzenti che muoiono nel mondo nell’arco di 5 minuti, non te n’è mai fregato un cazzo e che questa è una storiella che tiri fuori quando ti fa comodo solo per far vedere quanto sei acuto e sensibile. Oh sì, scommetto che pensi ai bambini in Africa, mentre ti frulli il cazzo pensando alla barista ucraina del bar “La Piazza”¹; scommetto che ci pensi quando vai a cena dai tuoi parenti e ti metti a discettare di “questioni importanti”, tipo la casa di tua nonna novantenne; scommetto che ci pensi quando vai alle riunioni di partito la domenica sera, proprio quando c’è il derby Roma-Lazio, guarda ‘n po’. Sei rivoltante, tu ed il tuo buonismo d’accatto che ti serve per celare l’immagine di liceale timido sfigato che ha fatto le due di notte per fare i compiti anche alla bonazza-gatta morta della classe. Ti aveva promesso di farti vedere un pelo di fregna.
Ecco, brava, cara parte di coscienza de staminchia. Ora vattene alla riunione di partito con gli altri neuroni irrimediabilmente bruciati. Ho deframmentato il cervello, così li ritrovi tutti assieme. È un aiutino per il medico chirurgo a cui ho chiesto la lobotomia.
– E comunque, sono interista e del derby Roma-Lazio non me ne frega un cazzo! –
Riattacco la cornetta.
In streaming su qualche sito di sport delle isole Tonga c’è Inter-Atalanta. Il buffering prolungato mi fa vedere cose strane, tipo Alvarez che fa doppietta e Rocchi che ricomincia a segnare (Rocchi, porcoddio!), poi ‘na specie de colabrodo dalle parti di Denis. Vabbè, non mi va di incazzarmi con Gervasoni, che sennò sembro veramente Allegri che sta ancora a rompe li cojoni col gol di Muntari.
¹C’è sempre un bar “La Piazza” in ogni città. Ma non sempre c’è una barista ucraina.

MARCHETTA (Ovvero Liebster Blog Award)

Mi ricordo i tempi in cui su Myspace e non solo giravano quei test di n-domande (dove n > 40), dove tutti si mettevano a nudo su tutto, facendo la felicità delle aziende per le loro analisi di mercato. Li facevo pure io, rendevano divertenti la tua schizofrenia.

Credo sia colpa mia se ora girano così tante pubblicità spam del tipo “Pornostar russe a casa tua”. Hanno letto le mie risposte.

Comunque, la carissima (“liebster”¹) Biondesita ha deciso che il mio blog di merda sia valevole di un award di cui vengo a conoscenza soltanto ora, tale Liebster Blog Award. In pratica, indichi undici blog con meno di 200 anime che leggono. Ringrazio la fanziulla di cotanto honor.
Tanto per rispolverare i vecchi tempi (ogni tanto è divertente farlo) e perché sono una starletta mancata in cerca di adorazione, mi attengo al giochino e vediamo che ne esce fuori.

Le regole sono:

1) ringraziare chi ha assegnato il premio citandolo nel post
2) rispondere alle undici domande poste dal blog che mi ha premiato
3) scrivere undici cose su di me
4) premiare undici blog che hanno meno di 200 followers
5) formulare altre undici domande a cui dovranno rispondere gli altri blogger
6) informare i blog del premio.
Queste sono le domande che la Bbbionda ci ha posto:
1) Dov’eri l’11 settembre 2001?
Mangiavo a casa di mio nonno.

2) Dolce o salato?
Basta che è buono.

3) Qual’è il tuo primo ricordo?
Un furgone della Ford bianco avorio.

4) Il film più BRUTTO che hai mai visto. Quello che proprio ti son girati i coglioni e hai detto “Voglio indietro queste due ore, anche solo per dormire”.
Carnage. Tutti dicono ‘sto gran capolavoro… A me ha fatto cagare capodogli di ossidiana.

5) La parte del tuo corpo che detesti. Una sola.
Il ginocchio destro. Ormai “it’s gone”.

6) Perchè tutti dicono che le bionde sono stupide?
Perché gli è andata di merda mentre ci provavano con una bionda, pensando sia stupida.

7) Rutti o scoregge?
Basta che escano. Nel momento adatto. In chiesa, tipo.

8) Il materasso questo sconosciuto. Ogni quanto lo cambi? Non rifare il letto, quello voglio sperare tutte le settimane, il materasso proprio.
Sto ancora col primo.

9) Se potessi, con uno schiocco di dita, avere un desiderio avverato, cosa faresti?
Lo butteresti via, tipo per fermare le guerre nel mondo, o ne faresti buon uso tipo accreditandoti 1 miliardo di euro in lingotti d’oro?
Ritornare indietro nel tempo per correggere qualche cazzata e rifare quelle che mi sono piaciute.
10) Cosa pensi di Charlize Theron?
Diciamo che ‘na botta gliela darebbi. Ma niente è come Gianna Michaels.

11) Cosa ti infastidisce nel/nella tuo/tua partnerzzzzz? La cosa che proprio non tolleri.

L’importante è che lo sappia lei e basta (sì, lei legge il blog).

Undici cose su di me.

1) Ascolto death metal
2) Ascolto black metal
3) Ascolto thrash metal
4) Ascolto $METAL metal
5) Ascolto musica elettronica
6) Ascolto post-hardcore
7) Ascolto la ventola del laptop
8) Posto cazzate su FB
9) Posto cazzate qui
10) Leggo
11) Scrivo





Altra gente poco raccomandabile (ma che raccomando lo stesso):

Biondaggini (già linkata sopra)
La Casa Dei Criceti Degli Orrori
La Tana Del Topo
Kermit
Ambiente Arte Balordaggine
Itto Ogami

Trampolini Sul Niente

Ce ne sono altri che non metto, o perché sono ancora sotto osservazione (anche se promettono bene) o hanno smesso di scrivere o semplicemente hanno più followers.

E ora, le mie domande.

1) Soffri di acrofobia?


2) Hai mai provato ad allevare una missina?

3) Hai sentito il richiamo della Mente-Alveare nella tua testa. Vuoi lasciargli detto qualcosa?

4) Ti sei mai eccitato dopo che una wrestler giapponese ti ha fatto un german suplex?

5) Ti è mai capitato di cavare una pianta di sedano dal terreno ed urlare “Fatality!”?

6) Ti sei mai sentito preso per il culo ogni volta che giocavi a Fifa ‘XX dalla voce che presentava la EA?

7) Il tuo gatto ha costruito un altare a Sekhmeth dentro la tua camera mentre dormivi. Non è una domanda, ci tenevo solo a dirtelo.

8) Spacciavi videocassette porno con i tuoi compagni delle medie?

9) Dov’eri la sera del 1° luglio 2012?

10) Mentre giocavi e costruivi con la Lego, a cosa pensavi?

11) “Porca bolognese succhiacazzi”. Così, tanto per mandare qui qualche pornofilo.

¹Ah, Google Translate.

SENZA (TROPPE) PAROLE

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Stamattina mi sono svegliato con il palato molle tappezzato di afte. I linfonodi si sono gonfiati e sembra di avere un pitone attorno al collo che lentamente ti strangola. Che ci volete fare, sono animali affettuosi.
Qualcuno mi tira fuori la solita storia della mancanza di vitamine, come se fossi un marinaio malato di scorbuto. Oddio, effettivamente mi rende irritabile, visto che mi va a fuoco la gola anche solo per parlare. La prendo con filosofia: è un incentivo a dire molte meno cazzate.

Per cui, preferisco scriverle. Dopo magari, mi mangio una mela cotta.
Provo a usare il telefono per fare una chiamata al lavoro. Dovevo parlare e mi stavo preparando spiritualmente, ma ecco che la voce saccentina registrata della Wind mi ricorda che non ho credito al telefono. Tiro un sospiro di sollievo, vado in bagno e sputo saliva, che non riesco manco più ad inghiottire. Provo a far uscire il catarro ma questo si rifiuta e se ne sta bello abbracciato alle tonsille, come un’ameba sulla parete intestinale pronta a regalarti una massiccia dissenteria.
Rimedio della nonna: aceto e sale.
Cazzone, ti sei solo bruciato la gola. Va in farmacia e comprati un colluttorio di quelli che ti scartavetrano pure la ruggine. E già che ci sei, prenditi pure un cazzo di integratore. Così impari a magnà solo gocciole la mattina!
Devo pure telefonà al lavoro e lo faccio senza pensarci troppo. Mi preparo al peggio, già sento le afte che bestemmiano, ma per fortuna, l’odiosa vocina sentenziosa della Wind mi ricorda che devo ricaricare la scheda.
Vado in farmacia e mi porto un blocchetto notes bianco, faccio qualche disegno preventivo e mi metto in coda.
– Prego! – mi fa la farmacista.
Gli do un foglietto del blocco notes senza pensarci. Quella mi guarda come potrebbe guardare un serial killer che sta per farle la festa con uno straziaseni arroventato. Poi cambia espressione, diventa perplessa, come se stesse guardando il cazzo piccolo del serial killer dopo che questi si è sbottonato la patta.
– Ti serve un flacone di Saugella per caso? –
Il foglietto che le avevo mostrato era il disegno di un pene. Uno degli schizzi (…) che stavo facendo come imitazione del “Disegnare cazzi sull’Herald Sun”. Io volevo farlo sulle pagine di Repubblica, magari modificando le vignette di Ellekappa. Immaginare cazzi tentacolari infilati in quelle bocche orrendamente spalancate era diventato il mio incubo da quando avevo incominciato a vedere gif animate di monster porn su 4chan. Anzi, ora che ci penso, potrei immaginare che i cazzi, da quelle bocche, ci escono.
– Aoh, me stai a sentì? –
Su un altro foglietto, ho scritto a parole il mio problema principale. Quella torna e mi dà una scatola di Supradin ed un colluttorio che in confronto il Listerine è acqua minerale.
Torno a casa. La busta di Pueblo, abbandonata sul tavolino del soggiorno da settimane, mi richiama disperatamente, che il tabacco ormai si sarà seccato. Il che significa che il tabacco è morto. Ma mi chiama, lamentoso. Come uno zombie.
Bevo acqua gelata. Le afte pulsano, io lacrimo per il dolore, ma almeno ho levato quel blob di catarro appiccicato sulle tonsille. L’ho deglutito, pazienza. Prima o poi lo vomito. Nel mentre, la sacchetta di Pueblo morta continua a chiamarmi. Non avrà pace finché non avrò sepolto il suo spirito nei recessi dei miei bronchi.
Non posso restare insensibile davanti ad un richiamo simile.
Prendo le cartine, il filtro, affondo le dita nel trinciato secco di tabacco e rullo una sigaretta. Fanculo il catarro, fanculo il colluttorio, fanculo il Supradin, che tanto lo posso prende solo la mattina a colazione ed è quasi ora di pranzo. Accendo la sigaretta ed i fumi del Pueblo zombie si fanno largo nei polmoni, masticandoli felicemente.
L’amaro in bocca del primo tiro è troppo forte.
Corro nel cesso, sputo catarro, sento rimasugli di gocciole risalire lungo l’esofago, poi nella bocca, infine fuori. Convulsioni, rovesci, acido che mi si attacca sul palato.
E fa male. Troppo male.
Tanto che, oltre a parlare, devo smettere pure di scrivere, per ora.